Scicli, una Città Barocca

 

di Paolo Nifosì

 

Introduzione


Ella così fa curiosa mostra di un'aquila a chi l'osserva dal colle della Madonna della Scala, e da colà chi v'entra in città, intera in tutte le sue parti la vede e la comprende.

Così ci presenta la città di Scicli l'arciprete Antonino Carioti nelle sue Notizie storiche della città di Scicli, scritte intorno alla metà del Settecento.
Il Carioti sostiene che la città assunse la sua forma tra il XIV e il XVI secolo, venendosi a saldare durante questi tre secoli i casali, nuclei di "palagi e case", definendosi nel secolo XVI le "pubbliche strade". Diversi i casali individuati: quello dell'Abbeveratoio "ove dopo fu il monastero della Concezione", quello di S. Giovanni Evangelista, quelli della Maddalena, di S. Giuseppe, di S. Vito, di Santa Venera. Nella storiografia siciliana, dal Fazello al Pirri all'Amico la città viene definita "oppidum", facendo riferimento alla sua funzione militare. Doveva essere una città cinta di mura se il Carioti cita sette porte, quattro torri sulla vetta della collina, una delle quali triangolare. Nella parte bassa della città si trovava una "antichissima torre" chiamata della Botte, ancora visibile nella metà del Settecento. Un'altra torre si trovava in piazza Fontana, demolita per far posto al monastero della Concezione, un'altra torre si trovava nel "cosiddetto Oppidum, sei nella contrada del Casale, oggi facente parte del quartiere di S. Giuseppe, un'altra appellata la Torraccia, sorgeva sotto il convento dei PP. Cappuccini", una piccola si trovava nel quartiere di S. Leonardo. Altre torri si trovavano in contrada Spana, nella contrada del Castello e "un'altra tuttora esistente, contigua all'antichissima chiesa di Santa Maria delli Milici".

Nel 1640 Mariano Perello così la descrive: "Distante non più che un miglio e mezzo della marina, e però comoda a partecipare de' commodi, e delitie di quella, e principalmente della prospettiva, soprastandole, e godendo del passaggio de' Vascelli, così per il Levante, come per il ponente; ove non si sente nel più freddoso inverno rigidezza di tempi, ma una continua Primavera. Hoggi in essa vi sono commode habitationi dè Baroni Sciclitani fatte dalle rovine di essa Città, e appaiono molte vestigia di quella antichità, che fanno evidente testimonianza della sua grandezza, e magnificenza, come sono Tempi, Grotte, Sepolture, Acquedotti (chiamati di fontana nuova) pietre tagliate, e in quelle trovatesi Medaglie, vasi di creta rossa, lumiere, pezzi di statue, e idoli marmorei". Il Perello, il cui interesse è prevalentemente archeologico, cita una "torre triangolare antichissima... nell'antico Castello di Scicli... a dirimpetto della quale torre triangolare, vi si oppone il Castellaccio". In relazione al castello il Perello segnala l'esistenza di percorsi sotterranei: "poiché di sopra di detto Castello, fino ai luoghi di basso, che allora erano incolti, e inhabitati, ma fertili d'acque, e di legni, cavarono una rocca e fecero una meravigliosa miniera, o cava (come vogliano chiamarla) sotterranea da 500 passi in circa, quale fin al giorno d'hoggi si conserva e si vede: ove vi possono agiatamente passeggiare due homini a cavallo, e due a piedi: la qual miniera mostra estendersi di sopra del Castello, fino al molino sotterraneo, chiamato della Botte, nel luogo di Donna Bruna, fabbricata con grande arteficio di pezzi massicci di pietra di tufo, di sei e quattro palmi di lunghezza. Un'altra miniera sotterranea si vede tutta di roccia tagliata, chiamata al di d'hoggi cento scale, la quale ha principio da un luogo antico detto la meschita, d'onde si cala in una grotta la quale hoggi è trappeto, e si diffonde di là più oltre in una fonte d'acqua scaturiente, che inonda tutta la città di Scicli".

Il Carioti cento anni dopo vede la città come città dell'utopia: "allietata da un'aria salubre, ricca di una campagna ferace di biade, di vigne, di frutta e di ottimi pascoli e quindi pur ricca di ogni sorta di bestiame". Ci fornisce il numero di 11.076 abitanti nel 1714 e così la descrive: "La esistente città cominciò ad essere edificata circa la metà del secolo XIV. Dessa in parte è contigua agli avanzi dell'antica città, sebbene l'odierna sorse con migliori e più eleganti edifizii, i quali nella massima parte furono distrutti dal terremoto del 1693; però risorse con fabbriche più magnifiche; come lo contestano i superbi edifizii delle chiese, dei conventi e dei palazzi. I molti giardini che la cingono la rendono deliziosa e le ridenti colline che la incoronano, concorrono ad abbellirla; lasciando libera la parte dell'occidente per farci godere un vago e incantevole orizzonte". Poi continua in un atteggiamento celebrativo, da paese di Bengodi: gustosi caci, i vini "primi del regno", frutta squisita; canapa, carrube e bestiame; pesca di mare e di fiume. Dal mare si ricavano ambra e coralli "alla pesca dei quali in ogn'anno nei mesi di giugno e luglio vi ci occupano con pratico artificio non meno di quaranta barchette trapanesi, e nello scorso anno 1758 pur vi concorsero 50 barchette napoletane". Loda la giustizia dei Conti e ricorda le forche "continuamente erette e impiantate lungo la costa della collina della Croce... ove i malfattori erano strozzati al cospetto di tutta la popolazione". Le altre torture venivano ad essere effettuate nel castello maggiore e in piazza Fontana. "La mannaia destinata per la pena capitale dei nobili" si conservava nel Castellaccio. Durante le feste religiose si praticavano le corse, la quintana, il gioco "della lancia che in aria dovea spezzarsi in più rottami", il tiro al bersaglio.

Gli archeologi tendono a collocare la formazione del primo nucleo urbano nell'ottavo secolo dopo Cristo. Scrive Pietro Militello: "A partire dal 747 d.C., dopo aver sconfitto gli Arabi a Cipro, l'impero bizantino avviò un processo di incastellamento destinato a contrastare la temuta invasione. Tra queste fortificazioni una dovette essere probabilmente quella dei "Tre cantoni", che fu impiantata a S. Matteo per controllare il punto di confluenza delle tre cave del torrente di Modica, di S. Maria La Nova, di S. Bartolomeo".

Al Idrîsi, un geografo arabo che scrive nell'XI secolo, la individua come "Siklah, posta in alto sopra un monte, è delle più nobili, e la sua pianura delle più ubertose. Dista dal mare tre miglia. Il paese prospera, moltissimo popolato, circondato da una campagna abitata, provveduto di mercati ai quali viene roba da tutti i paesi", un paese visto come felice e prospero. Nel 1336 risultano nel territorio di Scicli 17 feudi che forniscono una rendita annua di 344 onze, con una potenzialità militare di 105 cavalli. Più scarna l'immagine che ci viene dalle Rationes decimarum Italiae dell'Archivio Vaticano riferite al 1308-10 pubblicate dal Morana. Scicli è chiamata "casale". Nel 1366 viene chiamata "terra" e conta 292 case: "possiamo ancora aggiungere - scrive il Morana - che a Scicli il monastero di santa Maria de Latina vale due onze e mezza mentre la chiesa di S. Matteo e quella di S. Nicola valgono un'onza ciascuna".
Prevalente è stata nella storiografia locale l'attenzione per la fondazione di chiese conventi e monasteri. Nel 1165 la chiesa di S. Matteo è documentata per il pagamento delle decime. Il monastero benedettino di S. Filippo e Lorenzo, citato in una bolla di papa Benedetto Nono, tra il 1033 e il 1046 è ubicato lungo il torrente Modica-Scicli, trasferito quindi dentro la città, presso la chiesa di S. Filippo d'Argirò. Seguiranno la fondazione dei conventi dell'ordine francescano, carmelitano, domenicano, di diversi ordini monastici tra il XVI e il XVII secolo. La prima ed unica parrocchia della città fino al XVI secolo fu quella di S. Matteo Apostolo; quella di Santa Maria la Piazza sarà istituita nel secolo XVI nella parte bassa della città, per soddisfare le esigenze della popolazione prevalentemente residente nel fondovalle. Molte le confraternite che tra il XV e il XVI secolo vengono ad essere istituite. Nel 1561 vengono menzionate "quella di Santa Maria la Pietà, indi detta di Santa Maria la Nova, di S. Bartolomeo, di S. Giovanni Evangelista, di S. Michele, della Consolazione, del Salvadore, della Madonna della Grazia, di Sant'Agrippina, di S. Vito, di S. Iacopo, di Santa Barbara, della Madonna del Suffragio dentro la chiesa della Maddalena, oltre alle compagnie del Monte della Pietà nell'Ospedale, del SS. Sacramento, della Concezione, di Santa Maria la Piazza, di S. Guglielmo".

Politicamente la città farà parte della Contea di Modica sotto il governo dei Chiaramonte dalla fine del XIII secolo, poi dei Cabrera e successivamente degli Enriquez-Cabrera dopo il matrimonio del 1486 di donna Anna Cabrera con don Federico Enriquez. Nell'ambito della Contea ha una funzione militare. Il Carioti nel '700 ricorda 214 cavalieri e 673 fanti. Uscendo dal vago riguardo alla produzione agricola il Morana ricorda che la città nel Quattrocento "è terra dove si produce canapa oltre che grano e sappiamo che, nella sua marina, si coltivava cannamele". Nel 1543 i terraggi di Scicli fruttano al Conte 485 salme di frumento rispetto alle 619 salme di Modica e alle 1164 di Ragusa. Le gabelle rendono 785 onze rispetto alle 1263 di Modica e alle 1086 di Ragusa. L'espansione demografica tra Quattrocento e Cinquecento è consistente: si passa da 1275 abitanti circa del 1336 a oltre 12.000 abitanti del 1569.

Il secondo Cinquecento e il primo Seicento sarà stato un momento di grande espansione economica, anche in virtù delle concessioni enfiteutiche fatte dai Conti di Modica e della occupazione illegale di terre20. I terremoti e le trasformazioni che gli uomini hanno compiuto sulla città hanno in gran parte cancellato le testimonianze architettoniche precedenti al terremoto del 1693. Nel 1542 il Morana cita un "mirabile et spaventosum terremotum in ditta terra Xichili, Mohac et in pluribus aliis terris huius regni Siciliae, in qua terra Xichili dictum terremotum perduravit cum suo maxiomo impetu et tremore per spatium unius miserere". Gli indizi ci portano a dire che una intensa attività edilizia è stata costante sia nel XVI secolo che nel XVII. Basti citare gli ampliamenti della chiesa di Santa Maria la Piazza, di S. Bartolomeo, di Santa Maria la Nova, con la presenza in quest'ultima architettura dell'architetto Mariano Smiriglio nei primi del Seicento. Una storia significativa di capimastri si riscontra fin dalla fine del '400: Antonio Belguardo di Scicli, presente per la chiesa di S. Matteo, lo troveremo attivo a Palermo tra la fine del '400 e i primi del '500. Nonostante le distruzioni ci restano ancora alcune architetture significative: la cappella della chiesa di Sant'Antonino, della prima metà del Cinquecento che, a pieno titolo, rientra nella storia dell'architettura siciliana di questo momento, coniugando una tradizione gotica con stilemi rinascimentali; la facciata della chiesa di Santa Maria della Croce, sobria ed elegante nello stesso tempo. Nell'ambito delle arti figurative la partecipazione alla cultura rinascimentale è suffragata dalle sculture marmoree della Madonna della Neve in Santa Maria la Nova e di Sant'Agrippina in S. Giuseppe. Non ci sono pervenuti i gruppi scultorei realizzati nel 1564 dallo scultore Antonio Monachello di Noto con 14 statue lignee rappresentanti Il Santo Sepolcro e il presepe monumentale nel 1575 della chiesa di S. Bartolomeo con sculture lignee di prima veduta "a grandezza d'uomo". La cultura manieristica si evidenzia nella lastra tombale del medico Pietro Militello del 1565, conservata oggi nella chiesa di Sant'Ignazio.

Il Seicento è un secolo di contraddizioni, funestato da carestie, da invasioni di cavallette, da pestilenze, vivace nello stesso tempo culturalmente. La peste del 1626 riduce la popolazione di due terzi, passando da 11.000 circa a 4.000 circa. Ben presto agevolazioni viceregie di cancellazioni di debiti per chi veniva a risiedere in città determineranno un incremento demografico: nel 1636 si contano 7147 abitanti, nel 1651 9382 abitanti. Intorno alla metà del secolo vengono istituite quattro collegiate: nella chiesa di S. Matteo, nella chiesa di S. Bartolomeo, in quella della Consolazione e in quella di Santa Maria la Nova. Sono aperti i cantieri della chiesa di S. Matteo, della chiesa della Consolazione, della chiesa e del Collegio gesuitico, del convento del Carmine, di quello dei Padri Cappuccini, dei monasteri di nuova fondazione. Nasce una storiografia locale ad opera di Mariano Perello, si istituisce l'accademia degli Inviluppati, si mettono in luce il poeta Vincenzo Celestri e il medico Pietro Antonio Cavallo. Il Carioti ricorda due pregevoli opere di Filippo Paladini: una Natività nella chiesa di Santa Maria la Nova e una Deposizione nella chiesa dei Padri Cappuccini, entrambe a noi non pervenute. Sempre a questo secolo si riferiscono una Deposizione da assegnare a Mattia Preti, o alla sua bottega, originariamente nella chiesa dei Padri Cappuccini, oggi nella chiesa di S. Bartolomeo, Il Martirio di Sant'Adriano attribuito al Barbalonga e L'Immacolata tra i Santi Guglielmo e Bartolomeo di Francesco Cassarino. Il terremoto dell'11 gennaio del 1693, in cui moriranno circa 3.000 abitanti, distrugge una città che oramai aveva assunto la sua fisionomia e che durante il Settecento non modificherà il suo impianto urbano.

Questo studio riguarda la ricostruzione settecentesca che continuerà anche nella prima metà dell'Ottocento. Non c'è stato durante il secolo XVIII un momento privilegiato rispetto agli altri; la vicenda ricostruttiva è un continuum in cui non si notano cesure. La fisionomia complessiva vede il combinarsi di una persistente cultura manieristica con quella tardobarocca. Nell'immediato, dopo il terremoto, si pensa prevalentemente a ristrutturare, conservando laddove era possibile quanto era rimasto delle strutture precedenti. Per volontà vescovile la prima architettura ecclesiastica che si inizia a ricostruire è la chiesa madre di S. Matteo, il cui cantiere durerà cento anni. I Gesuiti, la cui chiesa stava per essere ultimata alla fine del '600, ricominciano ben presto la ricostruzione, portando a termine le fabbriche a metà Settecento. Si recupera il recuperabile nella chiesa della Consolazione che manterrà parti secentesche. Lo stesso può dirsi per la chiesa e il convento di Sant'Antonino, per il complesso conventuale dei Padri Cappuccini, dei Frati Minori del terz'Ordine presso la chiesa di santa Maria della Croce, dei Frati Minori Osservanti presso il convento di Santa Maria del Gesù, per il convento e la chiesa delle Milizie. Si officerà nelle parti rimaste in piedi nella chiesa di S. Bartolomeo e nella chiesa di Santa Maria la Nova. Non abbiamo ancora tutti i nomi dei protagonisti della ricostruzione subito dopo il terremoto. Un ruolo significativo l'ebbero i capimastri Corrado Iacitano, Mario Spada, Simone Caccamo Blandano. Non sono ancora venuti alla luce nomi di architetti. I progetti più ambiziosi della ricostruzione tardobarocca vengono ad essere elaborati nella fase centrale del secolo.

La chiesa di Santa Maria la Nova si costruisce con un nuovo progetto a partire dal quarto decennio, con un ruolo progettuale dell'architetto palermitano, il sac. Giuseppe Fama, e dei capimastri Girolamo Iacitano e Mario Mormina. Michelangelo Alessi, tra il quarto e il quinto decennio progetta la chiesa di S. Michele Arcangelo. Nel quinto decennio è da individuare la progettazione della chiesa del Carmine ad opera di fra Alberto Maria di S. Giovanni Battista. Nel sesto decennio sarà probabilmente progettata la chiesa di S. Giovanni Evangelista, in cui troveremo nell'ottavo decennio la presenza degli architetti Vincenzo Sinatra e fra Alberto Maria di S. Giovanni Battista, il frate carmelitano residente nel convento del Carmine, protagonista dell'architettura ecclesiastica a Scicli tra il quinto e il nono decennio del '700. Una ristrutturazione consistente a partire dagli anni '50 si avrà per la chiesa di S. Bartolomeo nel suo interno, con interventi costanti nelle strutture, negli apparati decorativi e negli arredi fino agli anni ottanta. Resta ancora da chiarire la progettazione per le facciate sia della chiesa madre di S. Matteo, portata a termine negli anni sessanta, sia della chiesa annessa al Collegio gesuitico che verrebbe ultimata negli anni '50 del secolo XVIII. Il cantiere della chiesa di Santa Maria la Piazza è aperto tra gli anni quaranta e gli anni settanta; disegnerà la facciata della chiesa il bravo capomastro Pietro Cultraro. Sarà trasformata e riprogettata durante tutta la prima metà del secolo la chiesa di Santa Teresa che sarà completata, nelle decorazioni interne, negli anni sessanta.

Nel cantiere settecentesco un contributo significativo viene dato da stuccatori come Pietro Aversa, Giuseppe e Giovanni Gianforma, Filippo Vincenti, da marmorari come i Privitera e i Viola di Catania, da ebanisti come i Laganà, dai pittori Sebastiano Aleotti, Pietro Azzarelli, Stefano e Giovan Battista Ragazzi, Ludovico Svirech, Vito D'Anna, Francesco Pascucci, Sebastiano Pollace, Costantino Carasi. I capimastri più validi sono Mario Mormina, Girolamo Iacitano, Pietro Cultraro, Guglielmo Cannata, Antonino e Vincenzo Pirré.

La città continua a rinnovarsi nel secondo Settecento. Si ricostruisce la chiesa della Concezione (demolita) tra il sesto e il settimo decennio; un nuovo progetto viene elaborato dall'ing. Corrado Mazza di Noto per la chiesa di S. Francesco di Paola. Si ricostruisce ex novo negli anni '80 l'abside della chiesa della Consolazione con un disegno redatto da Corrado Mazza. Gli ultimi anni vedono l'inizio di due importanti progetti: quello della nuova facciata della chiesa di S. Bartolomeo su un'idea dell'architetto Antonino Mazza di Noto, sviluppata dall'ing. Salvatore Alì e dal capomastro Pasquale Ventura; quello della ricostruzione dell'abside della chiesa di Santa Maria la Nova su disegno dell'architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia. Per questa fabbrica sarà l'inizio di una grande trasformazione che si protrarrà per tutto l'Ottocento con un continuo cambio di guardia di progettisti, con un risultato finale fondamentalmente neoclassico. La personalità più interessante della fine del Settecento e del primo Ottocento è l'architetto Salvatore Alì, figlio di Luciano Alì, quest'ultimo attivo nel Settecento a Siracusa. Salvatore Alì, oltre a dare il contributo più importante nella facciata di S. Bartolomeo, ridisegna l'abside della chiesa del Carmine, progetta il terzo ordine della chiesa di S. Giovanni, progetta il Carcere che verrà demolito per far posto al palazzo Busacca; sarà autore anche di alcuni palazzetti.
Nell'architettura civile privata sono pochi i palazzi del Settecento che ancora ci restano, date le demolizioni che si sono avute in questi ultimi due secoli. Alla prima metà del Settecento è da riferire il palazzo Susino, lungo il torrente di Santa Maria la Nova. Da riferire alla seconda metà del Settecento è il palazzo Beneventano che resta ancora senza una paternità. Sempre nel secondo Settecento sono da collocare il palazzo Spadaro (in cui si riscontrano più momenti progettuali, anche nell'Ottocento), il palazzo Fava, e altri palazzetti che si trovano lungo i pendii della collina di S. Matteo. La città storica che si modella nel contesto delle valli, mantenendo i percorsi medievali, mantenendo gli aggregati dei quartieri popolari di S. Giuseppe, dello Scifazzo, delle due fasce della collina di S. Matteo sulla cava di S. Bartolomeo e sulla cava di Santa Maria la Nova e sulla fascia della collina del Rosario, mantenendo altresì il quartiere trogloditico di Chiafura, si caratterizza per le architetture ecclesiastiche come città tardobarocca, partecipe del clima culturale vissuto in tutta l'area sud-orientale, confrontandosi con le proposte formulate a Noto, a Siracusa, ad Avola, a Modica, a Ragusa e negli altri centri distrutti dal terremoto, facendo ricorso a progettisti e ad artisti palermitani, o a quelle competenze che erano presenti in vari centri siciliani e italiani, da Messina a Catania, da Napoli a Roma. Si caratterizza, altresì come città neoclassica ed eclettica per i palazzi privati che verranno a far da quinta lungo le vie principali.

"Il dato che ne fa una città unica - dice Paolo Portoghesi - è dovuto al suo colloquio con la natura. Il rapporto con la natura a Scicli è più riuscito che in qualunque altro centro di tutta l'area sud-orientale. Valga l'esempio della chiesa di S. Bartolomeo, unica per la bellezza dell'accostamento con lo scenario naturale: sembra veramente una perla dentro le valve di una conchiglia, un'immagine estremamente suggestiva, tra le più belle dell'architettura barocca". E proprio l'irregolarità a costituire il dato più originale di Scicli nel contesto delle città della Sicilia sud-orientale secondo il Tobriner. In secondo luogo è il connubio tra cultura dotta e cultura popolare a costituire il suo tratto originale, anzi "l'arte popolare o l'arte vernacolare è diventata stile d'architettura".

 


Per gentile concessione del prof. Paolo Nifosì, tratto dal libro "Scicli, una città barocca", Edito da Il Giornale di Scicli.

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